Federico PizzarottiIl meglio deve ancora venire

Ben Gvir non rappresenta tutto il popolo israeliano

01.09.2026

Ben Gvir non rappresenta tutto il popolo israeliano
Ogni voto per Ben Gvir è già una firma sotto quella torta con il cappio.
Il ministro della sicurezza israeliana ha festeggiato i suoi cinquant'anni a inizio maggio con una torta decorata da un cappio dorato, due pistole e una mappa che include già Gaza e Cisgiordania dentro i confini di Israele. Sopra, la scritta: a volte i sogni si avverano. Il riferimento è alla legge sulla pena di morte per i palestinesi condannati per terrorismo, approvata dalla Knesset a fine marzo, che lui ha promosso più di chiunque altro nel governo.
Poche settimane dopo, un altro video (poi rimosso dai suoi canali) lo mostra in visita alle detenute palestinesi, mentre si vanta di non garantire loro le condizioni minime di dignità umana. Messi in fila, per me raccontano un uomo che usa il ruolo istituzionale come palcoscenico della propria brutalità.
A dirlo per primo, in Italia, è stato Daniele Nahum, consigliere comunale di Azione a Milano, ebreo, storicamente su posizioni filo-israeliane: fanatico, becero, razzista e pericoloso, ha scritto su X, augurandosi che gli israeliani si liberino di lui al voto.
Credo abbia ragione, e il ragionamento vale oltre il caso specifico. In democrazia il mondo giudica gli eletti insieme a chi li ha votati, raramente li separa davvero. Ma chi paga il conto più spesso non sono i cittadini israeliani: sono gli ebrei della diaspora, presi di mira come se fossero la stessa cosa dello stato che governa da lontano e che loro non hanno votato.
Si può condannare un ministro senza toccare un solo ebreo nel mondo.

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