Ratko Mladić accarezzava i capelli dei bambini bosniaci e ordinava la loro morte.
È morto ieri, all'Aja, a 84 anni, nel centro di detenzione delle Nazioni Unite dove scontava l'ergastolo per genocidio. Ho riletto in queste ore l'articolo scritto per il trentennale di Srebrenica e mi ha colpito più di quanto pensassi: quella fotografia esiste ancora, un uomo che sorride a un bambino e poche ore dopo firma la morte di altri bambini identici a quello.
Guccini se lo chiedeva già negli anni Sessanta, davanti ai campi di sterminio: come fa un essere umano a fare questo a un altro essere umano. Una risposta parziale credo di averla trovata rileggendo Srebrenica, ed è più semplice e più spaventosa di quanto vorrei. Basta smettere di vedere l'altro come una persona e cominciare a vederlo come un'appartenenza. Una volta tolta l'identità personale, resta soltanto l'etichetta: musulmano, serbo. E l'etichetta si può colpire e mutilare senza che scatti alcun freno morale, perché la spersonalizzazione trasforma la vittima in un simbolo da cancellare.
Penso che il vero motore dell'odio etnico e religioso sia proprio questo meccanismo, più che un'esplosione improvvisa di rabbia individuale. La ferocia di chi ha eseguito gli ordini a Srebrenica nasce da un lavoro lento e organizzato, che comincia molto prima dei fucili, nei discorsi pubblici e nei manuali scolastici.
C'è un'altra cosa che mi ha inquietato rileggendo l'articolo, ed è successa ieri sera, mentre Mladić moriva in cella: i vertici della Republika Srpska gli hanno reso omaggio in una cattedrale a Banja Luka, definendolo una delle figure più importanti della storia militare serba. È una scelta politica precisa, fatta da persone che conoscono benissimo la sentenza dell'Aja e sanno che a Srebrenica, trent'anni dopo, ci sono ancora oltre millecinquecento salme senza nome.
Non provo nessuna pietà per un uomo così. Fino all'ultimo i suoi avvocati hanno chiesto la scarcerazione per motivi umanitari, e sono contento che gliel'abbiano negata. Doveva andare esattamente così: morto in una cella dell'Aja, non un giorno di clemenza in più, non un giorno di pena in meno.
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