Ho fatto un tratto delle strade del centro in carrozzina, e non l'ho più dimenticato.
Un'associazione che si occupa di disabilità mi aveva chiesto di provarlo, per sensibilizzare sull'accessibilità reale dei centri storici, non quella scritta nei regolamenti. Bastano pochi metri per capire cosa significa: i sampietrini che fanno vibrare ogni giuntura, un marciapiede che finisce con un gradino invece che con una rampa, un'auto parcheggiata proprio dove dovrebbe iniziare lo scivolo. Da sindaco avevo firmato delibere su questi temi per anni, pensavo di conoscerli bene. Da seduto su quella carrozzina ho capito che non ne sapevo quasi niente.
Una legge del 1986 impone a ogni Comune di dotarsi di un piano per l'eliminazione delle barriere architettoniche. Un monitoraggio recente racconta che, quarant'anni dopo, meno di due amministrazioni su cinque lo hanno davvero approvato. Non mi sorprende, ma mi fa arrabbiare lo stesso: conosco bene quanto sia facile rimandare una delibera che non porta voti immediati.
Chi amministra una città lo sa: i lavori richiedono tempo, permessi, cantieri, budget da trovare. Quarant'anni, però, non sono un tempo tecnico. Sono la misura di quante scuse si possono accumulare prima che restino tali, scuse.
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